Sherry Turkle, l’autrice di importanti studi sul rapporto tra nuove tecnologie e identità, come The Second Self e Life on the Screen, ha appena pubblicato un nuovo saggio dal titolo emblematico: Alone Together, “Soli insieme” (New York, Basic Books 2011).
La Turkle, che è di formazione una psicologa clinica, enfatizza un aspetto da non sottovalutare rispetto ai sempre più diffusi social media: la loro capacità di diventare “architetti della nostra intimità”: la tecnologia ridisegna i confini tra intimità e solitudine (p. 11) e ci seduce quando le sue offerte incontrano le nostre vulnerabilità (p. 1).
Un rischio analogo lo corriamo con le nostre abitazioni e le nostre città: noi le plasmiamo, ed esse a loro volta ci plasmano.
Preoccupazioni simili sono espresse da Bauman nella sua relazione al festival filosofico e musicale HowTheLightGetsIn (Hay-onWye, 4 giugno 20101), intitolata “On Facebook, intimacy and extimacy”. Extimacy è un ossimoro, dato che “intimo” viene da in (dentro) e -tumus (che significa anch’esso ‘dentro’), e quindi indica un accesso all’interiorità. Ex-timacy esprime una “esteriorizzazione dell’interiorità” che è però “risk free”, priva di rischi (e su questo Turkle e Bauman sono d’accordo) e quindi incapace di costruire relazione autentica e in grado, invece, di “drenare” tempo ed energie da forme più impegnative di coinvolgimento reciproco.
La rete diventerebbe così l’ennesimo non-luogo (come i centri commerciali, gli stadi, le discoteche…) dove la situazione “orchestra” un’apparenza di socialità, che però non sarebbe che la somma di tante solitudini, che alla fine restano tali.
Non si tratta, a mio avviso, di dover scegliere tra queste ipotesi “apocalittiche” e altre più ottimistiche, ma di riconoscere questi come rischi reali rispetto ai quali vigilare, nella consapevolezza che non è l’accesso all’ambiente “per se” che produce socialità: in questo i critici hanno ragione.
Dalla connessione si passa alla relazione solo se non ci si limita a interfacciarsi col “dispositivo”, ma si colgono le nuove opportunità come occasioni di esercizio della libertà, dell’intenzionalità, della responsabilità.
Per abitare non basta il progetto dell’architetto, nè il lavoro del muratore, ma occorre sapere quali significati, e che tipo di relazioni, si vogliono iscrivere nell’ambiente.
E questo non può che essere il frutto della libertà e della responsabilità di ciascuno.
