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	<title>L&#039;era dei Testimoni &#187; spazio</title>
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	<description>Abitare il continente digitale - Chiara Giaccardi</description>
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		<title>Individualità e relazionalità del testimone</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Mar 2010 05:55:29 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il convegno si avvicina, e continuare a riflettere sulla centralità antropologica del testimone nell&#8217;era digitale, e sui significati e le implicazioni di questa affermazione può aiutare, speriamo, ad arrivare a questo appuntamento non come spettatori davanti a una vetrina più o meno attraente, ma come, appunto, testimoni capaci di condividere riflessioni ed esperienze, e assumere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il convegno si avvicina, e continuare a riflettere sulla centralità antropologica del testimone nell&#8217;era digitale, e sui significati e le implicazioni di questa affermazione può aiutare, speriamo, ad arrivare a questo appuntamento non come spettatori davanti a una vetrina più o meno attraente, ma come, appunto, testimoni capaci di condividere riflessioni ed esperienze, e assumere da questa condivisione un mandato di testimonianza. Una delle caratteristiche degli &#8220;eventi&#8221; nella contemporaneità è infatti il legame quasi paradossale tra intensità e durata: più le cose sono intense e prima finiscono, più coinvolgono al momento e meno sono capaci di durare nel tempo.</p>
<p>Il testimone, invece, sa ripristinare la dimensione della durata oltre a quella dell&#8217;evento, ritessendo, attraverso la relazione e la comunicazione, quell&#8217;unità e quella continuità che tendono sempre a frammentarsi e sfilacciarsi, sotto la spinta della velocità, dell&#8217;individualismo, della strumentalità..</p>
<p>Oggi, dal Giappone da dove vi sto scrivendo, vorrei sottolineare due caratteristiche della figura del testimone che, ciascuno nei modi che la sua libertà creativa gli suggerisce, dovremmo cercare di tenere sempre presenti: l&#8217;imprescindibile individualità e l&#8217;intrinseca relazionalità.</p>
<p>La scelta di testimoniare non può che essere individuale: nessuno può prenderla al nostro posto, nè siamo obbligati a prenderla. E&#8217; una libera decisione, che si traduce nell&#8217;assunzione di una responsabilità: una volta presa (liberamente), questa scelta ci impone dei vincoli (di coerenza, di continuità, di coraggio, di umiltà&#8230;) che non possiamo non considerare. Ma è solo dentro questi vincoli che la libertà può esprimersi, se non vuole ridursi a capriccio e schiavitù rispetto alle contingenze. Quello del testimone è appunto un individualismo responsabile, e non un individualismo assoluto. E&#8217; la responsabilità che ci rende soggetti, persone, che valorizza la nostra unicità.</p>
<p>Il testimone è poi per definizione in relazione: ad &#8220;altro&#8221; (ciò che ha conosciuto e che riferisce) e ad &#8220;altri&#8221; (coloro ai quali comunica ciò che ha conosciuto). In tutte la sue accezioni (quella giuridica, persino quella sportiva) il testimone è un soggetto-in-relazione, un tramite, un mediatore. E&#8217; quindi anche un &#8220;tessitore&#8221;, perchè riconnette diverse dimensioni dello spazio (un &#8220;qui&#8221; e un &#8220;altrove&#8221; dove è accaduto ciò che racconta) e del tempo: un &#8220;prima&#8221;, un &#8220;ora&#8221; e anche un &#8220;poi&#8221;, perchè la testimonianza serve anche a orientare le scelte e a non ricommettere gli stessi errori, imparando dal passato per immaginare un futuro più umano.</p>
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		<title>Per un’antropologia della contemporaneità: lo spazio</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Mar 2010 08:17:28 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Uno dei primi aspetti che gli antropologi osservano per comprendere le culture alle quali si avvicinano è lo spazio: il modo in cui è organizzato in funzione delle relazioni, il modo in cui traduce i valori di riferimento e ospita le pratiche quotidiane dei membri del gruppo.
Lo spazio non è un contenitore neutro. Da un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Uno dei primi aspetti che gli antropologi osservano per comprendere le culture alle quali si avvicinano è lo spazio: il modo in cui è organizzato in funzione delle relazioni, il modo in cui traduce i valori di riferimento e ospita le pratiche quotidiane dei membri del gruppo.<br />
Lo spazio non è un contenitore neutro. Da un lato esprime valori e significati, dall’altro orienta e spesso cerca di “disciplinare” i comportamenti. L’aula scolastica, per esempio, come scriveva McLuhan, è una sorta di “prigione” su modello della pagina stampata, in cui studenti cresciuti con il modello coinvolgente e partecipativo della televisione si trovano bloccati in file lineari, ad apprendere nozioni spazializzate su pagine prodotte in serie.<br />
Le corsie delle autostrade, i marciapiedi, le scale mobili (solo per citare alcuni aspetti dello spazio pubblico) predispongono i codici di movimento nello spazio ai quali siamo tenuti a conformarci. Ma anche nelle nostre case lo spazio è codificato secondo i valori della nostra cultura: non un unico spazio multifunzionale (come in tante altre culture, in cui la disposizione e l’uso della stanza cambiano a seconda delle ore del giorno e delle circostanze), ma una stanza per ogni funzione, e, possibilmente, per ogni membro della famiglia: individualismo e funzionalismo, oltre che una rigorosa separazione tra dentro e fuori, sono i valori di cui le nostre case soprattutto parlano.<br />
Lo spazio lo percepiamo attraverso i nostri sensi: non c’è solo uno spazio visivo, ma anche uno spazio acustico (i paesaggi sonori delle nostre città..), uno spazio olfattivo (dai mercati delle spezie mediorientali alle fragranze di pop corn diffuse nei cinema per incentivare l’acquisto: sul marketing olfattivo si può vedere per esempio <a href="http://www.quellidelnaso.it/">http://www.quellidelnaso.it/</a>), uno spazio tattile e così via…<br />
Ma lo spazio non è solo quello che i nostri sensi ci comunicano, che &#8220;riceviamo&#8221; dall&#8217;esterno: è anche quello che organizziamo con le nostre attività, a partire dal modo in cui ci disponiamo nello spazio col nostro corpo (la postura dà informazioni sul nostro stato di salute, la nostra età, il nostro umore, il nostro status sociale), da come occupiamo lo spazio con i nostri gesti, da che distanza teniamo quando comunichiamo con le altre persone (in genere più elevata se sono estranei, o persone importanti), fino ad arrivare al modo in cui organizziamo lo spazio per poter svolgere le nostre attività e allo spazio domestico, urbano e, oggi, digitale.<br />
Nella nostra vita quotidiana rivendichiamo sempre delle porzioni di spazio per svolgere le nostre attività (il “nostro” posto a tavola, la “nostra” scrivania, il posto sul mezzo pubblico o al cinema – che segnamo con un marcatore di possesso, cappotto o borsa, se lo abbandoniamo per un attimo), fino al telo sulla spiaggia e tanti altri territori temporanei, di cui rivendichiamo il diritto esclusivo d’uso, anche se temporaneamente.<br />
I territori sono strumentali, servono a svolgere le nostre attività: sono dei prolungamento di noi stessi e dei nostri spazi funzionali.<br />
I luoghi, invece, in senso antropologico, sono quelle porzioni di spazio significative per il soggetto perché legate alla sua identità, alla sua storia, alle relazioni significative (due libri importanti su questi aspetti sono <em>La poetica dello spazio</em> di Gaston Bachelard <a href="http://www.anobii.com/search?s=1&amp;productType=0&amp;keyword=bachelard+poetica+dello+spazio">http://www.anobii.com/search?s=1&amp;productType=0&amp;keyword=bachelard+poetica+dello+spazio</a>,  e <em>Non –luogh</em>i di Marc Augé <a href="http://www.anobii.com/search?s=1&amp;productType=0&amp;keyword=aug%C3A9+non+luoghi">http://www.anobii.com/search?s=1&amp;productType=0&amp;keyword=aug%C3%A9+non+luoghi</a>).<br />
I non-luoghi, al contrario, sono quegli spazi di attraversamento o di vicinanza anonima in cui prevale la strumentalità e l’individualismo, e rispetto ai quali non c’è nessun investimento affettivo: le stazioni, gli aeroporti, i centri commerciali sono non-luoghi di contiguità senza relazione, di attraversamento o sosta temporanea senza investimento, senza passato e futuro.<br />
Il continente digitale è certamente ricco di opportunità “territoriali” funzionali e strumentali, dal momento che offre possibilità molteplici di estendere il proprio sé  (i sensi, la memoria, l’accessibilità a mondi e la capacità di raggiungere persone e informazioni a distanza..), ed è anche, potenzialmente, un non-luogo di contiguità senza storia e senza futuro. Ma, altrettanto certamente, può essere, ed è di fatto in tante sue manifestazioni, un luogo antropologico di condivisione e incontro, memoria e progettazione, identità e dialogo, dentro e fuori la rete.<br />
Anche le pratiche con cui esploriamo, condividiamo e organizziamo questo spazio sono fondamentali per dare forma al continente digitale.</p>
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		<title>Abitare</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Mar 2010 19:05:23 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Abitare è un modo di occupare uno spazio che ne assume i vincoli ma non ne resta ingabbiato; è un modo di collocarsi in un ambiente predeterminato, ma essere capaci di personalizzarlo, arricchirlo,  trasformarlo. Soprattutto, abitare è relazionale. E’ condividere uno spazio per poter svolgere delle funzioni, ma anche per il piacere di essere insieme, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Abitare è un modo di occupare uno spazio che ne assume i vincoli ma non ne resta ingabbiato; è un modo di collocarsi in un ambiente predeterminato, ma essere capaci di personalizzarlo, arricchirlo,  trasformarlo. Soprattutto, abitare è relazionale. E’ condividere uno spazio per poter svolgere delle funzioni, ma anche per il piacere di essere insieme, di gioire della varietà dell’umano, di celebrare, attraverso la convivialità, quella che De Certeau chiama “la festa dell’incontro con l’altro”.<br />
Abitare vuol dire prendersi cura dello spazio, perché se ci si limita a sfruttarlo, ben presto non avrà più niente da regalarci. Vuol dire sviluppare una consapevolezza ecologica, di insieme, attenta agli equilibri e alle interdipendenze, alle conseguenze, nel tempo, delle diverse scelte; e poi prospettica, non limitata al qui e all’ora del mio esserci. Vuol dire lasciare a chi verrà dopo di noi un luogo migliore di come lo abbiamo trovato.<br />
Pensare al futuro, ma anche ricordare: le nostre memorie sono sempre ancorate a uno spazio, e i luoghi sono teatri di ricordi multisensoriali (i suoni, le voci, gli odori, la luce…). Gaston Bachelard ha catturato in modo suggestivo la poetica dello spazio, sia di quello sconfinato dei grandi orizzonti, sia di quella “immensità intima” che è delimitata dalla casa (G. Bachelard, <em>La poetica dello spazio</em>, Bari, Dedalo, 1999).<br />
Abitare vuole dire anche rendere abitabile ciò che apparentemente non lo è: lo spazio freddo della tecnica, la distanza dall’altro che pare insuperabile. Abitare è allestire uno spazio che può diventare comune, investendolo di significato e di attesa.<br />
Possiamo abitare la rete?</p>
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