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Abitare il web
sabato, maggio 21st, 2011Il paradosso del testimone
giovedì, aprile 21st, 2011Purtroppo il linguaggio è insidioso, soprattutto nel suo uso pubblico, e le parole rischiano continuamente di trasformarsi, da “finestre” che aprono sulla realtà illuminandone la comprensione, in “trappole” che imprigionano il pensiero trasformandosi in slogan.
Anche la parola “testimone” non è immune da questo rischio: per quanto ci apra una serie di prospettive, che non dobbiamo stancarci di esplorare, su come vivere e comunicare in modo sensato in questo mondo oggi, tuttavia rischia di trasformarsi in una parola-bandiera, in un velo che appanna la comprensione anzichè in un’occasione di disvelamento e comprensione. Per scongiurare questo rischio, accogliendo l’invito di Francois Varillon a “spezzare” e rigenerare continuamente le parole con cui ci esprimiamo, un aiuto fondamentale viene da Michel De Certeau, che in un brano raccolto in un volume di recente pubblicazione (Sulla mistica, Morcelliana 2010) richiama in modo tanto chiaro quanto opportuno il “dramma” del testimone e l’umiltà che non può non conseguirne. E lo dico prima di tutto a me stessa, interpellata dalle parole con cui inizia la citazione:
Non è possibile parlare da professore, quando si tratta di esperienza. Non oserei nemmeno parlare da testimone. Che cosa è infatti il testimone? Colui che altri designano in questo modo. Quando si tratta di Dio, il testimone, pur designato da chi lo invia, rimane sempre mentitore; sa bene che, senza poter parlare diversamente da come fa, nondimeno tradisce colui di cui parla. E’ continuamente superato e condannato da quanto attesta e non potrebbe negare. Mancherebbe dunque alla verità se si presentasse immediatamente come testimone.
Non si può non parlare, ma mentre si parla si è consapevoli dell’inadeguatezza e quindi del tradimento. Questo paradosso ci consegna alla parola di cui ci facciamo indegni portavoce, e ci consente di esserne il sito e non l’emittente, e ci consegna agli altri, i soli che sapranno attestare, al di là delle nostre dichiarazioni e della nostra volontà, la nostra capacità di testimoniare. Solo la relazione (con la Parola, con gli altri e con l’Altro) e dunque l’umiltà giustificano il testimone.
Il testimone abita…
domenica, aprile 25th, 2010Credo che per tutte le persone che hanno partecipato, e spero che un po’ di sapore sia arrivato anche a chi si è collegato via web, “Testimoni digitali” sia stata una bellissima occasione per condividere saperi ed esperienze, per scambiarsi impegni di incontro e collaborazione, ma soprattutto per stare insieme, con gioia, nella fede che accomuna e rende ricchezza le nostre diversità.
Spero che voi, come è successo a me, abbiate ricevuto qualche spunto in più per progettare il vostro “abitare” il continente digitale. Vorrei richiamare la domanda molto semplice, ma fondamentale, che si è posto (con l’umiltà che è tipica del testimone) e ci ha indirettamente posto ieri Marco Tarquinio, il direttore di Avvenire, prima dell’udienza con Benedetto XVI: “Ma io che cosa ci faccio qui?”. E’ la domanda della responsabilità e della consapevolezza che nulla può essere dato per scontato, che non sono i nostri “ruoli” che ci consentono di abitare lo spazio e il tempo, ma il senso (come significato e come direzione) che sappiamo dare al nostro esserci. Un senso che va sempre ritrovato, rinnovato, rigenerato, anche e soprattutto con l’aiuto degli altri.
Per questo, momenti come quello del convegno che ieri si è concluso non sono solo riti (senza nulla togliere alla grandissima importanza del rito), ma occasioni di reciproco e fraterno richiamo alla responsabilità e alla testimonianza. Solo chiedendoci “che ci faccio qui?” possiamo poi passare alla domanda “operativa”: “che posso fare?”.
“Abitare” è molto più che “stare”, e molto diverso da “usare”. Abitare ha a che fare con “chi sono”, e “cosa posso fare” per dare senso, forma, bellezza e calore al luogo dove abito, dove sono le mie relazioni, dove si ancorano i miei ricordi e i miei vissuti. Come scriveva Illich: “In numerose lingue, ‘vivere’ è sinonimo di ‘abitare’. Chiedere ‘dove vivi?’ significa chiedere qual è il luogo dove la tua esistenza quotidiana forma il mondo. Dimmi come abiti e ti dirò chi sei”, e ancora “abitare significa essere presenti nelle proprie tracce, lasciare che la vita quotidiana iscriva la trama delle proprie biografie nel paesaggio”.
Il filosofo Heidegger citava poi spesso una frase di una poesia di Holderlin: “Poeticamente abita l’uomo”. Poesia è poiesis, fare. Ma un fare poetico, simbolico, creativo. E’ iscrivere i significati nel paesaggio, è allestire uno spazio propizio all’incontro, favorevole alla prossimità. Usando la leggerezza e la fantasia, l’originalità e la passione che abbiamo sperimentato in questi giorni, e che Mons. Domenico Pompili ci ha indicato come stile per umanizzare il continente digitale.
In questo spirito, un abbraccio grande a tutti, a Lucia, a Ruggiero, a mr. Magister, Francesca, i corsisti Anicec (che mi hanno salutato con l’annata, come il vino…), i nostri cari vescovi e tutte le persone che hanno partecipato, in tanti modi…
Buon abitare!
Verità dell’immagine e verità dello sguardo
venerdì, febbraio 12th, 2010Nel linguaggio giuridico il testimone è colui o colei che non possiede la verità, ma ha sulla verità una prospettiva parziale e ciononostante attendibile, perché è stato/a presente all’evento, ne è stato toccato/a, e quindi può contribuire alla ricostruzione della verità dei fatti.
Se traduciamo questa figura nell’esperienza quotidiana, nella dimensione esistenziale, vediamo che la definizione tiene, anche se la verità cui ci riferiamo non è, o non è solo, quella dei fatti.
Ogni testimonianza della verità è insieme parziale e irrinunciabile: questo ci consente di rileggere la questione dell’unicità di ciascuna persona in chiave non individualistica, ma relazionale: è solo nella relazione, e nella comunicazione, che la nostra pur legittima – e assolutamente unica (nessuno vede e sente esattamente quello che vedo e che sento io) parzialità prospettica si può comporre con altre, e in questo modo può contribuire a ricomporre un’immagine, sempre incompleta, ma potenzialmente sempre più ricca, della verità.
Me le immagini, questi squarci prospettici sul reale che quotidianamente accompagnano le nostre vite, ci aiutano a ricomporre la verità? Forse non tanto, come acutamente suggerisce Georges Didi-Huberman, filosofo e storico dell’arte (“L’immagine brucia”, in Teorie dell’immagine, a cura di A. Pinotti e A. Somaini, Milano, Raffaello Cortina, 2009, pp. 258-259):
“Viviamo all’epoca dell’immaginazione lacerata. L’informazione ci dà troppo, moltiplicando le immagini, e noi siamo portati a non credere più a niente di quello che vediamo, e infine a non volere più guardare niente di ciò che abbiamo sotto gli occhi”.
Riusciamo a essere testimoni quando riusciamo a posare sulla realtà e sul volto dell’altro uno “sguardo senza immagine”, senza i filtri e le incrostazioni del “troppo” che abbiamo già visto. Solo così la realtà appare come nuova, e genera “meraviglia e stupore” (At 3, 10).
Il testimone si ostina a guardare oltre le immagini, e per questo, alla fine, riesce a vedere qualcosa di vero.
L’era del testimone
venerdì, febbraio 5th, 2010Il nome di questo blog (che prendo in prestito dal titolo di un libro di Annette Wiewiorka) contiene due parole che mi sono care, e che insieme significano qualcosa di più della loro somma.
“Era” è un termine che traggo dal mio bagaglio di studiosa dei media e del loro ruolo culturale e sociale. E’ il termine che usava McLuhan, un grande autore ancora oggi attualissimo, per designare la capacità dei media di segnare delle fasi culturali, di essere emblema del loro tempo: c’è stata l’era tribale, dove il medium dominante era la parola “parlata”, che risuonando univa la comunità; poi quella alfabetica e gutenberghiana (da Gutenberg, l’inventore della stampa), che invece ha segnato una individualizzazione della comunicazione, una supremazia della vista sugli altri sensi, un processo di astrazione e razionalizzazione; e infine l’era “elettrica”, quella della televisione che ricrea le condizioni del “villaggio globale” e ripristina un senso di partecipazione, immersione e interdipendenza, oltre a recuperare le altre dimensioni sensoriali (in particolare il tatto) prima sacrificate alla supremazia visiva.
Oggi, nell’era digitale dove i media non sono più mondi dai quali entrare e uscire, ma costituiscono il nostro habitat quotidiano, occorre ripensare le condizioni del nostro abitare il mondo, per raccogliere le sfide, valorizzare le opportunità ma anche evitare le inerzie e le derive. La figura del “testimone”, che il Vangelo ci offre come modello e come mandato (Gesù è il più alto testimone, che ci invita a farci testimoni a nostra volta), ma che è anche della cultura laica, mi pare centrale per ripensare, oggi, il nostro compito di esseri umani in un mondo sempre più complesso. Testimoniare è un modo di mettersi in rapporto con se stessi, col mondo, con gli altri, con la verità e con la libertà che può offrire un buon punto di partenza per una riflessione antropologica e una prassi adeguate ai tempi.
E’ quindi a partire da ciò di cui io posso essere testimone (tanti anni di studio, una lunga esperienza all’estero, una famiglia già numerosa che poi si è allargata ulteriormente, l’impegno universitario, la convinzione della necessità e della bellezza di esercitare l’ospitalità, anche verso lo straniero e tante altre cose…) che mi piace contribuire alla preparazione del convegno Testimoni Digitali cercando di animare una riflessione, che spero il più possibile condivisa, su cosa significa essere testimoni oggi, e su come, facendoci testimoni, possiamo non solo rispondere alle sfide, ma contribuire a dar forma all’era digitale.
Una riflessione, spero, arricchita da esperienze e, appunto, testimonianze di chi in questo mondo digitale cerca di realizzare l’umanità alla quale siamo chiamati.
