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I volti di Bin Laden: immagini in cerca di realtà

martedì, maggio 3rd, 2011

Ieri mattina l’annuncio: l’uomo più ricercato del mondo catturato e ucciso durante un’operazione dei corpi speciali della Cia. E la prova:  il volto sfigurato dalla morte (che ha sempre, nella sua esibizione, qualcosa di “osceno”, nel senso che dovrenne stare ob-scena, fuori dalla scena appunto). Peccato che l’immagine, diffusa da tutti i maggiori quotidiani non fosse “vera”, ma circolasse in rete da tempo.

Cos’è successo all’immagine?

La cultura contemporanea rischia di produrre un’invisibilità del reale, sia per eccesso che per difetto di immagini. L’eccesso ci circonda, ci satura, ci esonera dalla scelta, ci sommerge senza lasciarci il tempo della valutazione, del distacco, del silenzio, dell’interpretazione.

Viviamo in realtà in un’epoca di “analfabetismo dell’immagine”, come già scriveva Benjamin, dove la leggibilità delle immagini diventa scontata, ci mette in presenza di cliché anziché aprire uno squarcio sul nuovo, mentre un’immagine che parla è prima di tutto un’immagine capace di disorientarci, di produrre un mutismo provvisorio che è la condizione per rinnovare il nostro modo di guardare il mondo e il nostro pensiero (ovvero, con Benjamin, di fare esperienza). Oggi le immagini non parlano, fanno rumore. Un rumore che ci distrae, ci culla, ci intrattiene, ci anestetizza, ci “massaggia” come direbbe McLuhan.

Il rischio è quello  di un immaginario mutilato e di una cecità inconsapevole, come   scrive Georges Didi-Huberman: “Viviamo all’epoca dell’immaginazione lacerata. L’informazione ci dà troppo moltiplicando le immagini, e noi siamo portati a non credere più a niente di ciò che vediamo, e infine a non volere più guardare niente di ciò che abbiamo sotto gli occhi” (“L’immagine brucia”, in Teorie dell’immagine, a cura di A. Pinotti, A. Somaini, Milano, Cortina, 2009, p. 258).

Oscilliamo in realtà tra un non credere a niente e un credere a tutto. Su questa ambivalenza si inserisce appunto la tendenza “fictual” di tante immagini che stampa e televisione ci propongono oggi. Emblematico a questo riguardo era stato, per esempio, il caso della foto di Chiara Poggi, vittima dell’omicidio di Garlasco, insieme alle due cugine. La foto, circolata nel periodo successivo al tragico evento, si è poi rivelata un montaggio eseguito con photoshop dalle due ragazze, che volevano un “ricordo” con la cugina scomparsa (ma forse, più semplicemente, cercavano di cogliere un’inaspettata quanto forse irripetibile occasione di visibilità).

L’effetto che si vuole ottenere sovrasta il riferimento alla realtà, che diventa manipolabile a piacimento, in-differente appunto: il reale non è più in grado di segnare delle differenze (tra vero e falso, tra ciò che accaduto e ciò che non lo è), ma diviene materiale da manipolare a piacimento, senza altro criterio che l’arbitrio individuale. Il digitale rende questa manipolazione veramente un gioco da ragazzi.

La manipolazione dell’immagine, e quindi l’uso perverso del suo potere documentale, non è però certo una novità dell’era digitale: invito a leggere l’inizio de Il libro del riso e dell’oblio, di  Milan Kundera ( Bompiani, 1980) per un esempio illuminante, dal quale possiamo ricavare l’insegnamento che la realtà lascia sempre la sua traccia, che però non è immediata, ma richiede di essere “scovata” e interpretata al di là delle evidenze più palesi; o possiamo riconoscere che oggi, con il digitale, la possibilità di manipolazione è aumentata illimitatamente, e quindi il valore documentale dell’immagine è completamente caduto (se mai c’è stato veramente).

Forse il digitale ci insegna che la realtà dell’immagine è cambiata: non più “documentale” (se mai lo è stata), ma “testimoniale” (di un soggetto che si prende la responsabilità di ciò che mostra), o poetica, o simbolica.

Oggi è stata diffusa una nuova immagine del cadavere di Osama (http://www.corriere.it/Primo_Piano/Esteri/2011/05/03/pop_osama.shtml). Sarà quella “vera”? Almeno, the day after, la domanda viene posta.

Il silenzio di Giuseppe

venerdì, marzo 18th, 2011

C’era una volta la legge, e il padre che la incarnava. Oggi che ciascuno sembra voler essere legge di se stesso, cosa resta del padre?

E’ la domanda che dà il titolo all’ultimo libro dello psicanalista lacaniano Massimo Recalcati (Cosa resta del padre? La paternità in epoca ipermoderna, Raffaello Cortina Editore).

Una frase di Recalcati mi ha colpito: “La funzione paterna autentica è quella di stabilire un limite attraverso la donazione”.

Il limite oggi non è più stabilito attraverso un riferimento esterno (la legge), ma attraverso quanto il padre è in grado di mostrare con la propria azione, di testimoniare. Non principalmente per mezzo della parola, ma grazie a quanto riesce a trasmettere attraverso di sè. Attraverso “l’ordine singolare etico della testimonianza” (chi vuole approfondire può leggere qui: www.generativita.it/blogs/entry/La-Testimonianza-del-Desiderio).

Questo insegnamento, l’unico che può funzionare oggi, è in realtà molto antico. San Giuseppe è forse la figura più schiva e silenziosa del vangelo: non dice una parola, non sappiamo quasi niente di lui.

Ma il silenzio di Giuseppe è la condizione che gli permette l’ascolto. Proprio perché tace, Giuseppe è disponibile a lasciarsi guidare.

La sua è una “buona passività”, che trasforma la capacità ricettiva in forza per il bene; una forza che lo rende capace di custodire e proteggere la sua famiglia, di far in modo che le scritture si avverino.

Caravaggio nella Fuga in Egitto dipinge in maniera sublime il silenzio di Giuseppe.

Maria e il bambino possono dormire tranquilli perché lui veglia. Ma, benché silenzioso, non veglia inattivo: regge per l’angelo suonatore lo spartito del Cantico dei Cantici; non è colui che compone, né colui che suona, ma colui che umilmente dà se stesso perché le cose accadano.

Il silenzio di Giuseppe è condizione di una disponibilità operosa anche se invisibile, di un protagonismo debole e nascosto ma fondamentale per la storia della salvezza.

E’ una testimonianza da cui oggi abbiamo tanto da imparare.

Rivelazione e testimonianza

mercoledì, marzo 31st, 2010

Un testo che a me pare bellissimo sul rapporto tra rivelazione e testimonianza è l’introduzione dell’Apocalisse (che significa, appunto, “rivelazione”). Può essere un prezioso stimolo di meditazione per vivere questo periodo pasquale da testimoni:
“Rivelazione di Gesù Cristo, al quale Dio la consegnò per mostrare ai suoi servi le cose che dovranno accadere tra breve. Ed egli la manifestò, inviandola per mezzo del suo angelo al suo servo Giovanni, il quale attesta la parola di Dio e la testimonianza di Gesù Cristo, riferendo ciò che ha visto. Beato chi legge, e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia e custodiscono le cose che vi sono scritte: il tempo infatti è vicino” (Ap 1, 1-3).
Perchè anche noi impariamo ad ascoltare, a custodire e ad attestare la parola di Dio e la testimonianza di Gesù. Questo è il mio augurio a tutti voi per questi giorni santi.

Avversità e testimonianza

lunedì, marzo 29th, 2010

E’ un momento triste, se lo si guarda con occhi concentrati sul presente: triste perchè una politica in crisi di credibilità su tutti i fronti scoraggia la partecipazione popolare e non è più in grado di generare speranza di cambiamento; triste perchè la Chiesa, l’unica voce dissonante rispetto alle retoriche e alle ideologie contemporanee (basta rileggere la Caritas in Veritate) è sotto un fuoco incrociato di accuse infamanti, e strumentalmente utilizzate per neutralizzare, o “addomesticare” un temibile interlocutore culturale: è a mio avviso molto significativo che, nell’epoca delle compatibilità totali, l’unica voce “incompatibile” con la libertà, secondo i maitre à penser che popolano la scena mediatica e culturale ( che ormai sono quasi la stessa cosa) sia proprio quella della Chiesa.

Io mi limito molto umilmente a due considerazioni. La prima: la Chiesa è fatta di uomini e l’uomo può sbagliare. L’errore dell’uomo, il tradimento della testimonianza, rivela la fragilità del testimone e non l’inconsistenza della verità testimoniata. E per gli errori commessi la Chiesa (basta ricordare Giovanni Paolo II, e ora Benedetto XVI) non ha esitato a chiedere pubblicamente perdono. Non era necessario. Lo ha fatto. Questo implica anche, ovviamente, non solo allontanare chi mette a rischio l’integrità di altre vite e la purezza della testimonianza, ma anche lavorare per ripensare una modalità educativa (anche all’interno dei propri percorsi di formazione) che sia adeguata ai tempi,  alle domande e alle sfide. E questo lavoro è in corso.

La seconda: la testimonianza è tanto più difficile, ma proprio per questo più alta, quanto più le condizioni esterne sono avverse. E per quanto esseri fragili e limitati, “ambasciatori in catene” come scrive S. Paolo, i cristiani hanno la possibilità di vivere questo tempo secondo giustizia, impedendo che venga fatta di tutta l’erba un fascio, e della devianza la norma. E con ancora maggior forza desiderare, dal profondo, di saper essere testimoni credibili. E per chiudere con una nota di speranza, rimando a un intervista di Avvenire a Mons. Tonini, la cui lettura può fare bene a tutti  e ricordarci che “la risposta è nella testimonianza” (http://www.avvenire.it/Mondo/Scandali+La+risposta+nella+testimonianza_201003290645069200000.htm).

La testimonianza tra protesta e attestazione

mercoledì, marzo 24th, 2010

Mi piace molto, e desidero condividerla con voi, una sottolineatura che Paul Ricoeur proponeva rispetto al ruolo del testimone. Posto che il peccato, oggi, ha assunto un volto nuovo, ovvero la promozione del non-senso, dell’assurdo, il ruolo del testimone è innanzitutto quello di “protestare” (da “pro”, davanti e “testari”, testimoniare) ovvero esprimere pubblicamente il proprio diritto (alla verità, al senso, alla felicità) contro chi lo offende. Ma la finalità del testimone non è solo esprimere un dissenso, contrapporre parole ad altre parole. Il testimone può protestare solo se questo dissenso avviene attraverso una “attestazione”, cioè una capacità di mostrare, di rendere presente e visibile, di dare corpo a ciò che si afferma. E’ la capacità di testimoniare con la propria vita , e non la capacità di pronunciare parole convincenti, che  “attesta” la verità di cui il testimone si fa portavoce. La parola, la verità e la vita non possono essere separate, pur dentro i limiti della nostra umanità fragile (una versione semplice di questa idea di attestazione si trova in un intervento di Ricoeur a Taizè ( http://www.taize.fr/it_article921.html)

Trovo bella la parola attestazione anche perchè contiene, insieme a quella di “testimone”, anche l’idea di “testo”, di un intreccio di racconti, percorsi, storie che rendono presente la ricchezza dei volti della verità e che danno permanenza alle testimonianze che ci hanno preceduti.

Individualità e relazionalità del testimone

mercoledì, marzo 17th, 2010

Il convegno si avvicina, e continuare a riflettere sulla centralità antropologica del testimone nell’era digitale, e sui significati e le implicazioni di questa affermazione può aiutare, speriamo, ad arrivare a questo appuntamento non come spettatori davanti a una vetrina più o meno attraente, ma come, appunto, testimoni capaci di condividere riflessioni ed esperienze, e assumere da questa condivisione un mandato di testimonianza. Una delle caratteristiche degli “eventi” nella contemporaneità è infatti il legame quasi paradossale tra intensità e durata: più le cose sono intense e prima finiscono, più coinvolgono al momento e meno sono capaci di durare nel tempo.

Il testimone, invece, sa ripristinare la dimensione della durata oltre a quella dell’evento, ritessendo, attraverso la relazione e la comunicazione, quell’unità e quella continuità che tendono sempre a frammentarsi e sfilacciarsi, sotto la spinta della velocità, dell’individualismo, della strumentalità..

Oggi, dal Giappone da dove vi sto scrivendo, vorrei sottolineare due caratteristiche della figura del testimone che, ciascuno nei modi che la sua libertà creativa gli suggerisce, dovremmo cercare di tenere sempre presenti: l’imprescindibile individualità e l’intrinseca relazionalità.

La scelta di testimoniare non può che essere individuale: nessuno può prenderla al nostro posto, nè siamo obbligati a prenderla. E’ una libera decisione, che si traduce nell’assunzione di una responsabilità: una volta presa (liberamente), questa scelta ci impone dei vincoli (di coerenza, di continuità, di coraggio, di umiltà…) che non possiamo non considerare. Ma è solo dentro questi vincoli che la libertà può esprimersi, se non vuole ridursi a capriccio e schiavitù rispetto alle contingenze. Quello del testimone è appunto un individualismo responsabile, e non un individualismo assoluto. E’ la responsabilità che ci rende soggetti, persone, che valorizza la nostra unicità.

Il testimone è poi per definizione in relazione: ad “altro” (ciò che ha conosciuto e che riferisce) e ad “altri” (coloro ai quali comunica ciò che ha conosciuto). In tutte la sue accezioni (quella giuridica, persino quella sportiva) il testimone è un soggetto-in-relazione, un tramite, un mediatore. E’ quindi anche un “tessitore”, perchè riconnette diverse dimensioni dello spazio (un “qui” e un “altrove” dove è accaduto ciò che racconta) e del tempo: un “prima”, un “ora” e anche un “poi”, perchè la testimonianza serve anche a orientare le scelte e a non ricommettere gli stessi errori, imparando dal passato per immaginare un futuro più umano.

Il racconto del testimone

sabato, marzo 6th, 2010

Nella staffetta il testimone è l’oggetto che viene passato dalle mani di un giocatore a quelle di un altro, e che alla fine solo uno porterà al traguardo, ma soltanto se i suoi compagni di squadra saranno stati bravi a passarglielo. La testimonianza è insieme individuale e collettiva. E’ il singolo testimone che si assume la responsabilità (di correre forte, in questo caso), ma può farlo anche perché la verità che ha conosciuto a sua volta gli è stata trasmessa, o perché ha potuto diventare sensibile alla verità grazie al fatto che tante persone (o magari anche una sola) conosciute nella sua vita lo hanno aiutato ad aprire gli occhi e il cuore.
Ciascuno di noi non è un’ isola, ma il filo di un tessuto. La nostra storia si intreccia con quelle di tanti altri, che hanno lasciato tracce nella nostra vita, senza le quali non saremmo le persone che siamo (anche se, da esseri liberi, non possiamo essere il semplice risultato delle tracce). E se dal tessuto si toglie anche un solo filo, questo si indebolisce, e si può lacerare.
Il testimone quindi parla da un intreccio di storie, e si rivolge ad altri: la testimonianza è doppiamente relazionale, all’indietro e in avanti, e attraverso il dono gratuito della narrazione e della parresìa rinsalda la trama degli intrecci, dei legami, dell’essere insieme, nutrendo questo legame di contenuti da condividere e da ri-raccontare.
In un mondo di individualismo che a volte rasenta il patologico mi piace pensare alla testimonianza come a una forma di individualità relazionale, che passa attraverso la libertà (scegliere di dire, o di fare, rivolti ad altri) e attraverso l’unicità della prospettiva che noi possiamo offrire della verità. Ciascuno di noi è un testimone irripetibile e imperdibile: come non esistono due impronte digitali uguali, così non esistono due testimonianze uguali della stessa verità (lo sa bene la giustizia, che cerca sempre di ricostruire i fatti basandosi su più testimonianze, consapevole insieme della verità e della parzialità di ogni testimonianza: anche quello giuridico è un campo semantico che può aiutare a meglio comprendere il significato della figura del testimone!)
L’individualità del testimone (fatta di libertà e responsabilità) non è perciò assoluta: è relazionale, mira a comunicare, a creare comunione, a condividere la buona notizia (o, nei casi drammatici che la storia ci ha consegnato, come l’olocausto, a condividere la cattiva notizia, per poter aprire gli occhi sulle atrocità di cui l’essere umano può essere capace, e non ripeterle).
Tante verità si conoscono solo grazie ai testimoni. E senza testimonianza siamo portati a non dare valore a ciò che ascoltiamo (chiunque abbia dei figli lo sa: solo testimoniando si è autorevoli).
E le testimonianze vanno raccolte e fatte durare, perché possano conservare nel tempo la loro capacità di promuovere il bene e combattere il male.
Da questo punto di vista il continente digitale rappresenta un luogo provvidenziale per lo scambio e l’”archiviazione” delle testimonianze, per condividere l’intreccio delle storie, per narrare creativamente attraverso linguaggi diversi, per salvare dalla caducità le narrazioni, per renderle recuperabili e di nuovo condivisibili, anche a distanza di spazio e di tempo.
Se riusciamo a pensare la rete non come un grande palcoscenico dei nostri “ego”, ma come un mondo di intrecci potenzialmente infiniti di storie che ci legano ad altri, riusciremo a rendere vivibile e umano il continente digitale.

Testimonianza e desiderio

venerdì, marzo 5th, 2010

Cosa muove il testimone? Da un lato il dovere di dire la verità che lo ha toccato, anche a costo di pagare uno scotto, anche contro il suo interesse. Ci capita quando ci rendiamo conto di non poter fare altrimenti, quando l’atto di testimoniare ci si impone quasi contro la nostra volontà, o comunque contro il nostro interesse immediato.
Ma il testimone è mosso anche dalla forza del desiderio. Questa parola, così bistrattata e banalizzata nella nostra cultura, va riscoperta.
Senza il desiderio non ci si muove, non si rischia, si vive una vita rattrappita. Il desiderio, in particolare il desiderio di infinito, è iscritto nel cuore di ogni essere umano, e ogni comunicazione che voglia coinvolgere l’essere umano (compresa quella della Chiesa) non può prescindere da questa componente ineliminabile. Una comunicazione che non si indirizza al desiderio e non è in grado di risvegliarlo non ha (tanto meno oggi, dove il criterio di verità è l’intensità) nessun appeal.

Lo ha capito bene il mondo della pubblicità e della cultura di massa, che però riduce (per alimentare i propri scopi, cioè il consumo), il desiderio ai bisogni, da soddisfare con “cose”.

Il desiderio autentico è rivolto a fuori di sé, ad altro, a qualcosa di grande che è in grado di muoverci e attrarci (de-sidera: dalle stelle).

Il bisogno è  invece la miniaturizzazione del desiderio in piccole voglie relativamente facili da soddisfare, rivolte a oggetti (o anche persone viste come oggetti), ma, in ultima analisi, a sé. Il desiderio è e-statico, ci porta fuori di noi e ci fa partecipi di una grandezza; il bisogno è autoreferenziale, è un’implosione del desiderio.

E, come è evidente nella società del benessere, la soddisfazione dei bisogni non genera alcuna felicità, ma solo la moltiplicazione dei bisogni stessi: alla sete di infinito si risponde con forme di “infinitazione”, di ripetizione e riproposizione di oggetti e obiettivi da raggiungere nel mondo dell’immanenza.

La forza debole del testimone

domenica, febbraio 21st, 2010

Il testimone non è un eroe che trae da sé la propria forza, ma un essere pienamente umano, e dunque anche limitato e fragile, che riceve la forza per testimoniare proprio dall’affidarsi, che è il movimento contrario all’affermare se stessi. Solo in questo movimento può aver luogo la testimonianza, come ci insegnano le scritture.
“Quando vi porteranno davanti alle sinagoghe, ai magistrati e alle autorità, non preoccupatevi di come o di cosa discolparvi, o di che cosa dire, perché lo Spirito Santo vi insegnerà in quel momento ciò che bisogna dire” (Lc 12, 11-12).
“Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicchè tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere” (Lc 21, 14-15).
“Non spetta a voi conoscere tempi e momenti che il Padre ha riservato al suo potere, ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra” (At 1, 7-8).
“E pregate anche per me, affinchè quando apro la bocca mi sia data la parola, per far conoscere con franchezza il mistero del Vangelo, per il quale sono ambasciatore in catene, e affinchè io lo possa annunciare con quel coraggio con il quale devo parlare” (Ef 4, 19-20).
“Ed è lo spirito che dà testimonianza, poiché lo Spirito è la verità
E la testimonianza è questa: Dio ci ha donato la vita eterna, e questa vita è nel suo Figlio. Chi ha il Figlio, ha la vita; chi non ha il Figlio di Dio, non ha la vita” (1 Gv, 5,6; 5, 10-12).