Scrivo dopo un lungo silenzio, legato a un periodo difficile prima dell’estate e a una vacanza “disconnessa” e tardiva. Ma scrivo soprattutto, cogliendo l’occasione di un fatto di cronaca che non può lasciare indifferenti, per condividere una riflessione a margine dell’ennesimo caso di “morte in diretta”: quella di una ragazza di 15 anna, Sara, della cui morte violenta la madre ha avuto notizia nel corso di una trasmissione televisiva. Da mamma, posso immaginare quale violenza annichilente un fatto come questo può aggiungere allo strazio della perdita di un figlio. Da studiosa del mondo sociale e dei media mi vengono due tipi di considerazione.
La prima è una magra consolazione: non tutti i pericoli vengono da Facebook. Se in un primo momento si era pensato alle insidie della rete, e a possibili contatti pericolosi innescati da foto che mettevano in scena un personaggio apparentemente più grande e malizioso della sua età, il precipitare dei fatti ha svelato una ben più tremenda realtà, peraltro tristemente confermata dalle statistiche: la violenza più brutale, in particolare sui minori e sulle donne, si consuma proprio all’interno della famiglia, ristretta o allargata, che dovrebbe essere il luogo della sicurezza e della protezione, oltre che dell’amore e del rispetto reciproco. Questo dato allarmante parla di un degrado sociale diffuso, ma anche di un’istituzione in grave difficoltà, abbandonata dal punto di vista economico a tutti i venti della crisi e delle insicurezze, ma soprattutto disorientata culturalmente per la caduta dei riferimenti condivisi, l’individualismo esasperato, l’enfasi grottesca ma non meno efficace sul “diritto al godimento”, l’unico ormai ritenuto inalienabile (almeno stando alle battaglie e alle campagne di cui ci riferiscono i media…). Se il pericolo maggiore non viene dagli sconosciuti che bazzicano la rete con cattive intenzioni, nè dagli extracomunitari violenti, ma dai propri familiari, forse una riflessione sulla famiglia è necessaria, e così misure di accompagnamento adeguate per le situazioni fragili. Ma, più in generale, forse bisogna cominciare a dubitare della buona fede di tanta parte della cultura contemporanea che giustifica la violenza dell’eccesso, in tutte le sue forme, in nome della libertà.
Una seconda considerazione riguarda i media. Se è vero che viviamo in una condizione post-mediale e che i media sono ormai un ambiente dal quale non ci si può disconnettere, è anche vero che questo non può significare la “dittatura del dato di fatto”. Se vogliamo restare nella metafora ambientale, gli ambienti inquinati si possono non frequentare, oppure, se se ne ha la forza (certo la buona volontà individuale non è sufficiente) si possono cercare di bonificare, di risanare, di rendere abitabili: la Sardegna, che è stata una terra paludosa e malarica, è ora un paradiso naturale. La televisione generalista è oggi un ambiente certamente malsano, e il fatto che sia ambiente non la rende meno malsana, anzi. Ma questo non può produrre, anche a fronte di vicende come quella di ieri, una rassegnazione al “così è” (che è molto ideologico, a mio parere).
La libertà non è, come ci raccontano, poter fare quello che ci pare: anche perchè, guardiamoci intorno, chi dice che fa quello che gli pare fa impressionantemente quello che tutti fanno, e allora forse qualche domanda dovrebbe porsela.
La libertà è poter dire “no” al dato di fatto, poter disattivare la pressione dell’inerzia ambientale trovando delle risposte non scontate e non preconfezionate all’interpellazione che la realtà ci rivolge. Solo così, lentamente (ma niente che ha valore accade in un secondo per magia, e magari solo altri potranno beneficiare dei nostri sforzi di oggi, ma ne vale comunque la pena) si può pensare di rendere abitabile l’ambiente in cui, volenti o nolenti, ci troviamo a vivere.