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	<title>L&#039;era dei Testimoni &#187; violenza</title>
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	<description>Abitare il continente digitale - Chiara Giaccardi</description>
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		<title>Libertà è poter dire &#8220;no&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Oct 2010 12:37:05 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Scrivo dopo un lungo silenzio, legato a un periodo difficile prima dell&#8217;estate e a una vacanza &#8220;disconnessa&#8221; e tardiva. Ma scrivo soprattutto, cogliendo l&#8217;occasione di un fatto di cronaca che non può lasciare indifferenti, per condividere una riflessione a margine dell&#8217;ennesimo caso di &#8220;morte in diretta&#8221;: quella di una ragazza di 15 anna, Sara, della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Scrivo dopo un lungo silenzio, legato a un periodo difficile prima dell&#8217;estate e a una vacanza &#8220;disconnessa&#8221; e tardiva. Ma scrivo soprattutto, cogliendo l&#8217;occasione di un fatto di cronaca che non può lasciare indifferenti, per condividere una riflessione a margine dell&#8217;ennesimo caso di &#8220;morte in diretta&#8221;: quella di una ragazza di 15 anna, Sara, della cui morte violenta la madre ha avuto notizia nel corso di una trasmissione televisiva. Da mamma, posso immaginare quale violenza annichilente un fatto come questo può aggiungere allo strazio della perdita di un figlio. Da studiosa del mondo sociale e dei media mi vengono due tipi di considerazione.</p>
<p>La prima è una magra consolazione: non tutti i pericoli vengono da Facebook. Se in un primo momento si era pensato alle insidie della rete, e a possibili contatti pericolosi innescati da foto che mettevano in scena un personaggio apparentemente più grande e malizioso della sua età, il precipitare dei fatti ha svelato una ben più tremenda realtà, peraltro tristemente confermata dalle statistiche: la violenza più brutale, in particolare sui minori e sulle donne, si consuma proprio all&#8217;interno della famiglia, ristretta o allargata, che dovrebbe essere il luogo della sicurezza e della protezione, oltre che dell&#8217;amore e del rispetto reciproco. Questo dato allarmante parla di un degrado sociale diffuso, ma anche di un&#8217;istituzione in grave difficoltà, abbandonata dal punto di vista economico a tutti i venti della crisi e delle insicurezze, ma soprattutto disorientata culturalmente per la caduta dei riferimenti condivisi, l&#8217;individualismo esasperato, l&#8217;enfasi grottesca ma non meno efficace sul &#8220;diritto al godimento&#8221;, l&#8217;unico ormai ritenuto inalienabile (almeno stando alle battaglie e alle campagne di cui ci riferiscono i media&#8230;). Se il pericolo maggiore non viene dagli sconosciuti che bazzicano la rete con cattive intenzioni, nè dagli extracomunitari violenti, ma dai propri familiari, forse una riflessione sulla famiglia è necessaria, e così misure di accompagnamento adeguate per le situazioni fragili. Ma, più in generale, forse bisogna cominciare a dubitare della buona fede di tanta parte della cultura contemporanea che giustifica la violenza dell&#8217;eccesso, in tutte le sue forme, in nome della libertà.</p>
<p>Una seconda considerazione riguarda i media. Se è vero che viviamo in una condizione post-mediale e che i media sono ormai un ambiente dal quale non ci si può disconnettere, è anche vero che questo non può significare la &#8220;dittatura del dato di fatto&#8221;. Se vogliamo restare nella metafora ambientale, gli ambienti inquinati si possono non frequentare, oppure, se se ne ha la forza (certo la buona volontà individuale non è sufficiente) si possono cercare di bonificare, di risanare, di rendere abitabili: la Sardegna, che  è stata una terra paludosa e malarica, è ora un paradiso naturale. La televisione generalista è oggi un ambiente certamente malsano, e il fatto che sia ambiente non la rende meno malsana, anzi. Ma questo non può produrre, anche a fronte di vicende come quella di ieri, una rassegnazione al &#8220;così è&#8221; (che è molto ideologico, a mio parere).</p>
<p>La libertà non è, come ci raccontano, poter fare quello che ci pare: anche perchè, guardiamoci intorno, chi dice che fa quello che gli pare fa impressionantemente quello che tutti fanno, e allora forse qualche domanda dovrebbe porsela.</p>
<p>La libertà è poter dire &#8220;no&#8221; al dato di fatto, poter disattivare la pressione dell&#8217;inerzia ambientale trovando delle risposte non scontate e non preconfezionate all&#8217;interpellazione che la realtà ci rivolge. Solo così, lentamente (ma niente che ha valore accade in un secondo per magia, e magari solo altri potranno beneficiare dei nostri sforzi di oggi, ma ne vale comunque la pena) si può pensare di rendere abitabile l&#8217;ambiente in cui, volenti o nolenti, ci troviamo a vivere.</p>
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		<title>La violenza sulla rete</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Feb 2010 19:31:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eratestimone</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non si può non farsi delle domande di fronte all’ultimo caso del gruppo contro i bambini down su Facebook, e alla clamorosa decisione del tribunale di Milano di condannare tre dirigenti di Google per la pubblicazione su Youtube, nel 2006, del video, girato col telefonino, di un ragazzino disabile picchiato e sbeffeggiato dai compagni di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non si può non farsi delle domande di fronte all’ultimo caso del gruppo contro i bambini down su Facebook, e alla clamorosa decisione del tribunale di Milano di condannare tre dirigenti di Google per la pubblicazione su Youtube, nel 2006, del video, girato col telefonino, di un ragazzino disabile picchiato e sbeffeggiato dai compagni di scuola.<br />
Al di là della reazione immediata, che può essere di indignazione, di amarezza, di rabbia o altro, e prima di pensare a quale “punizione esemplare” infliggere ai responsabili, forse bisogna domandarsi su quale terreno culturale germogliano questi frutti disumani. E’ inutile scandalizzarsi, infatti, quando il clima che si respira è quello dell’ossessione identitaria e del rifiuto dell’alterità, vista come minaccia, disturbo, o al massimo utile capro espiatorio per ricompattare un “noi” che non esiste.<br />
Su questo sfondo culturale si innesta poi una questione generazionale. Nella società liquida, mobile, del rischio, dove i riferimenti sono stati decostruiti e tutti possono andare dove vogliono – peccato che non sanno cosa volere – l’ansia del fallimento, e soprattutto l’angoscia dell’irrilevanza, dell’invisibilità, del non essere sociale è fortissima. Il gesto delirante diventa allora un modo per dimostrare a se stessi e agli altri che si esiste, per far parlare di sé, per rendersi visibili anche a chi non vuole guardare. E la rete, oggi, rappresenta un palcoscenico ideale per attirare l’attenzione, anche nel dissenso: pare che la maggior parte degli iscritti al gruppo contro i bambini down fosse lì per protestare, ma questo non ha fatto che aumentare la visibilità, assecondando lo scopo…<br />
La cosa che personalmente più mi rattrista non è tanto l’uscita delirante,  quanto il vuoto di una generazione cresciuta a videogame e incapace di distinguere tra la realtà e la finzione, tra l’eccitazione del gesto estremo e le sue conseguenze. E’ triste quello che si intuisce: il vuoto di relazioni, il senso di irrilevanza esorcizzato dall’atto di violenza verbale, o di bullismo, la mancanza di empatia e, probabilmente di una “memoria corporea” di contatti rassicuranti, di un calore relazionale che non si può restituire se non lo si è sperimentato.<br />
Forse l’antidoto all’esibizione delirante di sé attraverso la violenza della parola e del gesto non è la punizione, ma l’educazione: ex-ducere, condurre fuori dalle proprie angosce che si tramutano in violenza distruttiva o autodistruttiva. Portare fuori dall’illusione di poter vincere la paura attraverso deliri su palcoscenici mediatici, e “dentro” la realtà calda, anche se spesso faticosa, delle relazioni con chi è diverso da noi. Prossimità e realtà, nelle sue facce molteplici che non finiscono mai di stupirci e di farci trovare tesori là dove non ce li aspettiamo, sono, forse, la via da tentare.</p>
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